Internet del futuro, il 2015 possibile pietra miliare

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Come mai prima, i governi si stanno occupando di “Internet Governance”, ovvero, di chi governa la Rete. Non che il tema sia nuovo: si parla di Internet Governance, infatti, dalla fine del secolo scorso, quando divenne chiaro a tutti che la Rete si sarebbe affermata come la principale piattaforma di comunicazione a livello mondiale. Da quel momento numerosi stati nazionali iniziarono a rivendicare il diritto di avere voce in capitolo nel governo di Internet. Chi decide in che modo e con quale legittimità che debba esistere o meno il nome a dominio, per esempio, .pizza o .radio? Sono decisioni con ricadute economiche e politiche potenzialmente molto grandi. O chi controlla l’”elenco del telefono” che consente di connettere l’indirizzo Web che l’utente scrive con la sua tastiera, per esempio, www.lastampa.it, con lo specifico computer che contiene il sito del quotidiano torinese? E’ evidente che chi lo controlla ha, almeno in linea di principio, il potere di indirizzare - per esempio per motivi di censura - le richieste degli utenti altrove.

Sono decisioni in cui da anni i governi verrebbero venir coinvolti in maniera più esplicita dal momento che le organizzazioni che decidono in merito al “governo” della Rete (come, per esempio, ICANN) erano e ancora sono - per quanto sempre più inclusive e internazionalizzate - di matrice USA.

In questi ultimi mesi, però, l’attenzione politica per la ‘Governance’ della Rete ha fatto un salto di qualità. Non solo e non tanto perché Internet è sempre più importante e diffusa (siamo ormai arrivati a tre miliardi di utenti, ovvero, quasi il 40% della popolazione mondiale), ma per una specifica iniziativa del governo degli Stati Uniti d’America. Nel marzo 2014, infatti, il governo Obama ha annunciato che prenderà in considerazione il trasferimento di alcune funzioni di controllo della rete finora gestite dal Ministero del Commercio USA verso una nuova entità internazionale ancora da definire.

Sono quindi sei mesi che tutti i principali governi, incluso quello italiano, si stanno confrontando sia tra di loro, sia con le organizzazioni Internet esistenti, sia con la comunità Internet in senso lato, per concordare come far evolvere l’attuale ‘governance’ della Rete.

E’ molto probabile che anche in futuro il modello resterà partecipativo o, per usare la parola di moda a livello internazionale, ‘multistakeholder’ (gli ‘stakeholder’ sono chi rappresenta uno specifico interesse). Si tratta di un modello che prevede la partecipazione alle decisioni non solo del potere politico, ma anche di esperti, di aziende e di rappresentanti della società civile. Si tratta di un modello che, pur con i suoi limiti, ha garantito che la Rete si diffondesse in tutto il mondo non perdendo mai di vista i principali punti di vista, non ultimo quello dell’utente finale. Un risultato che il classico approccio intergovernativo alle telecomunicazioni con ogni probabilità non avrebbe assicurato allo stesso modo.

Si tratta, però, di far evolvere il modello attuale in maniera tale che sia non solo più trasparente e comprensibile, ma anche maggiormente inclusivo sia nei confronti dei paesi emergenti, che ora si sentono spesso trascurati, sia verso i governi nazionali in genere, che vogliono avere modi più chiari e affidabili di far sentire la loro voce.

Le iniziative in corso hanno ancora qualche mese per definire il volto del nuovo ordine. Il governo americano, infatti, ha dato come scadenza l’autunno 2015. Se si pensa che allo stesso tempo si stanno discutendo anche altre questioni fondamentali per il futuro di Internet, come la neutralità della Rete o quale debba essere il contenuto di una Magna Carta dei diritti digitali, il 2015 si prospetta come un anno potenzialmente storico per Internet.

"Questo editoriale è apparso a pagina 27 della versione cartacea de "La Stampa" del 2 ottobre 2014. Pubblicato in questa sede con licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Condividi allo stesso modo, https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/it/".